Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Lo scatto in bianco e nero che ritrae Montale accanto a un’upupa è diventato un’icona: lo si incontra in antologie, manuali scolastici, raccolte poetiche. A realizzarlo fu Ugo Mulas, uno dei fotografi più rigorosi e sensibili del Novecento.
Nel ritratto, Montale appare con i capelli bianchi e scomposti, lo sguardo vigile, un’espressione che oscilla tra ironia e concentrazione.
Il naso adunco richiama il becco dell’upupa; la cresta dell’uccello sembra rispondere alla chioma del poeta.
Nessun trucco digitale: solo un set essenziale, l’upupa imbalsamata e lo sguardo di Mulas.
Il risultato è un piccolo teatro dell’identità poetica: un poeta e il suo animale-simbolo, faccia a faccia, come se si riconoscessero.
Il rapporto tra Mulas e Montale nasce negli anni Sessanta, quando il fotografo era già diventato il ritrattista degli artisti: Fontana, Manzoni, Calder, Duchamp, la Pop Art americana.
E' proprio nel 1962 che Montale chiede a Mulas una serie di scatti ispirati a Ossi di seppia.
«Illustrare Ossi di seppia può sembrare facile, ma è altrettanto facile cadere nella banalità» disse.
Per evitarla si recò a Monterosso, credo con lo spirito di unire l'utile al dilettevole, per cercare di vedere nell'obiettivo quello che Montale aveva avvertito nell'anima: fruscii di serpi, schiocchi dei merli, crepe del suolo, “palpitare di scaglie di mare”.
Le venticinque fotografie nate da quel soggiorno non illustrano il paesaggio: ne restituiscono l’asprezza, la luce tagliente, la solitudine.
Monterosso diventa per Mulas un laboratorio di percezione, un luogo dove affinare la sua idea di fotografia come pensiero, come distillazione di un’essenza.
È proprio questo approccio a guidarlo nello scatto del 1970: non un semplice ritratto, ma un dialogo.
Non un’immagine del poeta, ma un’immagine dentro la poetica del poeta.
La fotografia vive di un’ambiguità perfetta: sembra spontanea, ma è costruita; sembra un gioco, ma è un ritratto psicologico; sembra un simbolo, ma nasce da un set minimale.
Montale, vedendola, pare abbia esclamato: «Ma come hai fatto!». In quell’immagine riconosce qualcosa di sé: ironia, distanza, mistero.
Per comprenderne la forza bisogna ricordare che gli animali, in Montale, non sono mai semplici presenze naturalistiche.
Sono indizi, apparizioni, soglie. L’upupa — “ilare uccello, calunniato dai poeti” — diventa qui un doppio ironico. Il merlo è uno schiocco che taglia il silenzio. La serpe è un fruscio che annuncia un movimento sotterraneo. La seppia, con la sua nube scura, è metafora dell’opacità del mondo.